ORIZZONTE D’AMORE
A cura di Oscarito Sanchez
25.05 - 09.10.2026
Galleria Gaburro, Verona
La mostra, anticipata dalla performance DAI MIEI SENI PIANGE L’AMORE (2026),svoltasi nella sede milanese, racchiude un nuovo gruppo di lavori che, a partire dalla performance stessa, insiste sull’urgenza, politica e testimoniale propria dell’artista, di generare dinami-che di riflessione e dibattito attorno all’omogenitorialità. E dunque la famiglia, tema ricorrente che attraversa simbolicamente l’esposizione oltre che la pratica di Montini, si declina in forme eterogenee e differenti ripercorrendo gli ultimi anni della sua poetica.
Il lavoro cardine, da cui si muove l’intera mostra, è la performance dello scorso marzo che qui viene presentata con ciò che ne rimane: l’installazione scultorea, i video che raccontano il susseguirsi dei momenti performativi, la manifestazione inscenata con l’aiuto del pubblico, la realizzazione dei piercings sul costato e sui capezzoli dell’artista, l’inserimento delle perle che ricordano le gocce del latte che sgorga dai seni e la rivendicazione socio-politica, che Montini proclama alla fine dell’atto; una serie di opere scultore-fotografiche, che l’artista definisce Racconti: interventi che ha realizzato direttamente sulle fotografie di Andrea Rossetti che documentano la sua azione, creando delle opere uniche in cui fotografia, scultura, pittura e protesta sociale si intrecciano.
La Sinossi è incorniciata all’interno di un manufatto che ricorda un ex-voto, in cui i piercings originali e le cannule che l’artista recava sul suo corpo, sorreggono le medesime perle della performance su una riproduzione del suo busto in broccato sardo e pizzo nero.
DAI MIEI SENI PIANGE L’AMORE non è teatro. È un ritratto crudo di ciò che preferiamo non vedere né affrontare, ma che continua a esistere davanti a noi. DAI MIEI SENI PIANGE L’AMORE è una performance di Ruben Montini strutturata in atti, ma deliberatamente spogliata di ogni logica teatrale convenzionale. Non è una rappresentazione scenica, bensì un dispositivo simbolico: un ritratto vivente della migrazione, intesa come spostamento territoriale e di genere, come frattura dei legami sociali e come ricerca persistente di appartenenza in contesti di esclusione.
L’opera incarna la figura dell’artista migrante come soggetto sospeso in uno stato di tran-sito permanente.
Durante questo viaggio emergono gli orrori e i mostri del passato — sociali, culturali, storici — che tentano di impedirgli l’esercizio di un desiderio fondamentale: il diritto di formare una famiglia. La performance mette in crisi una premessa profondamente radicata: la negazione che un uomo possa essere, simultaneamente, madre e padre, custode e origine. Lo sguardo del performer non si offre come luogo del pianto, ma come superficie riflettente. In esso lo spettatore si riconosce e, attraverso questo atto di identificazione, tenta di eludere ciò che trova più difficile affrontare.
CL’opera propone un’identità non binaria né fissa: uomini, donne o, come nella cultura zapoteca ancestrale, i muxes. Una terza possibilità — o molteplici — in cui ogni genere contribuisce con frammenti indispensabili all’esistenza.
Nel secondo atto, il corpo appare sospeso. Dall’alto, due perle emergono dal petto; dal basso, due gocce di latte stanno per cadere. L’immagine sovverte gli immaginari biologici e sociali della cura e della nutrizione, interrogando chi abbia il diritto di nutrire, proteggere e sostenere la vita dell’altro.
Il terzo atto richiama la memoria dell’infanzia. Il tempo si arresta nell’attesa: che la goccia cada, che qualcosa di perduto torni a nutrirci. L’opera formula allora una domanda essenziale: esiste il diritto di essere colui che nutre l’altro, e di trovare attraverso questo gesto una famiglia?
La performance insiste su una triade etica e politica: dove si collocano l’amore, la morte e la solidarietà? Se domani è già oggi, quanto siamo davvero cambiati?
Montini afferma la propria esistenza senza supplica né preghiera. Le sue mani non sanno solo cucire; i suoi occhi non sanno solo vedere, ma sanno osservare. La nozione di famiglia viene ridefinita: non più esclusivamente un legame di sangue, ma una comunità possibile tra l’artista, lo spettatore e il figlio desiderato.
Come prologo di questa grande rielaborazione dell’atto performativo, la mostra si apre con il monumentale lavoro Ninna Nanna, Sogni d’Oro (2026), in cui Montini racconta il suo desiderio di addormentarsi tra le braccia di un altro uomo, suo marito, e del loro figlio. Questa è una delle prime opere in cui, un artista italiano, ritrae una famiglia omogenitoriale. L’installazione scultorea solleva questioni urgenti del dibattito odierno sulle varie tipologie di famiglia, tra aspirazione genitoriale e difficoltà, o meglio discriminazione, legale e legalizzata.
Nello spazio esterno della galleria, ci troviamo nel cortile di una casa, in cui Montini prosegue la messa in scena di un ambiente domestico iniziata nella prima sala in cui è protagonista un’azione quotidiana come quella di stendere i panni perché asciughino al sole. Lettera a un* bambin* che non avrò mai (2026) che riecheggia il titolo del leggendario testo di Oriana Fallaci Lettera a un bambino mai nato (1975), riafferma lo stesso desiderio di genitorialità che l’artista ci aveva già raccontato nella sua memorabile performance MADRE, realizzata nel 2019 alla South Bohemian Gallery in Repubblica Ceca, dopo che era stata censurata nel 2016 quando era in programma proprio all’Università di Verona.
La documentazione fotografica di LUPA (2016), una performance realizzata da Montini a Palermo, conclude la mostra chiudendo un cerchio di dieci anni esatti in cui l’artista ha raccontato in diversi modi e con diversi media il suo desiderio di maternità. Partendo da istanze personali, tocca temi collettivi e dà voce a tutta la comunità LGBTQIA+ italiana, e ciò che essa sta attraversando in questo periodo storico.
Exhibition view at Galleria Gaburro, Verona. Ph Nicola Morittu